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PER LA REALIZZAZIONE DI QUESTA
PAGINA SI RINGRAZIA LA CASA EDITRICE “EDIZIONI
DEL GRIFO”.
I GIOCHI DELL’INFANZIA
(…) I bambini iniziavano i giochi
molto precocemente. Erano giochi che faceva la mamma
col figlioletto (…) Tenendolo a cavallo sulle
gambe, gli prendeva i polsi e gli faceva autoaccarezzare
con le manine la propria faccia; e intanto declamava:
Mani manizzi, mani manizzi
vene lu tata e nduce la zzizzi,
e lla minte su lla bbanca,
vene la musscia e sse la rranfa,
vene la zzi’ Lucia:
isti. Isti te casa mia!
Isti, isti te casa mia!
Mani manizzi, mani manizzi
viene papà e porta la carne,
e la mette sul tavolo,
viene la gatta e se l’arraffa,
e poi viene la zia Lucia:
Via via da casa mia!
Via via da casa mia!
Oppure:
Hoppi hoppi cavallucciu
sciamu a Llecce a llu papà
ne ccattamu n’asinucciu
hoppi hoppi cavallucciu
Hoppi hoppi cavalluccio
andiamo a Lecce da papà
ci compriamo un asinuccio
hoppi hoppi cavalluccio
FAVOLE E FILASTROCCHE
Nella fanciullezza si dicevano scioglilingua quanto
più velocemente possibile, filastrocche alla
rovescia e brevi componimenti in rima.
Intru tritici piatticeddhi
nci su’ tritici ciciarieddhi.
Io tegnu ttre cciucci zzoppi,
cci ttre cciucci zzoppi tieni tè
ci io tegnu ttre cciucci zzoppi?
La mula janca te lu papa
a cchianca lisscia pisscia
e a ppuzzu cupu caca.
A lla via te Culupazzu
Cchiai na canna ‘mmenza te cannavazzu
ca la vindii ttre ssordi lu razzu.
Nchianandu scindendu
cuttone cujendu ,
nchianava e scindia
cuttone cujia.
Meve a ccasa mia tegnu
Casa, pila, puzzu e ffurnu.
Meve teve e jone
sotta a ‘nu cippone
ne mangiamme nu malone
meve teve e jon.
*****
Dentro tredici piattini
ci sono tredici piccoli ceci.
La mula bianca del papa
a pietra liscia urina
e a pozzo nero defeca.
Alla via di Collepasso
trovai una canna e mezzo di canovaccio (canna=2 metri)
e la vendetti tre soldi il braccio (braccio=67 cm)
Salendo scendendo,
cotone dipanando,
saliva e scendeva,
cotone dipanava.
Io a casa mia ho
casa, pila, pozzo e forno,
tu a casa tua hai
casa, pila, pozzo e forno.
Io te e me
sotto una vite
ci mangiammo un melone
io te e me.
*****
Ulia ‘bbe la ticu una menzogna
nissciuna veritate cu nci sia:
Lu pòlice nfilava l’azza
a ll’acu
‘llu patùcchiu lu saccone ca cusia.
Ieri vitti ballare la ucerna
l’ucianaru la tanza facìa.
Lu manimuzzu petre scia cujendu
a mpiettu a ll’ommu nutu le mintia
Lu zzoppu scia zzumpandu li pariti
Lu ciacatu ca ne musciaa la via
Lu mutu patarnossci scia ticendu
lu surdu te luntanu rispundia.
Vorrei raccontarvi una menzogna
Senza alcuna verità:
la pulce infilava il filo all’ago
per il pidocchio che cuciva il pagliericcio
Ieri ho visto ballare la lucerna,
il lucernaio faceva la danza.
Il monco pietre andava raccogliendo
e le metteva in petto all’uomo nudo.
Lo zoppo saltava i muri
e il cieco da lontano gli mostrava la via.
Il muto diceva il rosario
e il sordo da lontano rispondeva.
*****
Cumbà! Lu lunitìa nu sse
fatica
lu martitìa se ndrizza alla puteca,
lu mercutìa se pensa cu sse sbrica,
lu sciuvitia to’ passi ci li neca?
Lu venerdia se minte quarche ttacca,
lu sàbbatu se sigge quiddhu picca;
e ppassa la samana ricca ricca.
Compare! Il lunedì non si lavora,
il mercoledì si mette ordine in bottega,
il mercoledì si pensa al disbrigo,
il giovedì due passi chi li nega?
il venerdì si mette qualche tacca
il sabato si incassa quel poco
e così passa la settimana ricca ricca.
*****
Ciciari semanau la cuccuascia
susu ‘lli munti te santa terèsia,
li ciciari catira ‘ntra ‘lla scàscia:
ciciari nu mmangiau la cuccuàscia!
Ceci seminò la civetta
sulle montagne di Santa Teresa,
i ceci caddero tra i rovi:
ceci non mangiò la civetta
(…) Ai bambini erano poi raccontate favole di
sapore esopiano, come “ A ccoru t’addhi
curìscia larga!” e ”Lu rizzu e lla
orpe” (…)
SCIATTARE A TTOCCU
Lu campanaru. A truddhi
Diventati più grandicelli, i fanciulli acquistavano
un po’ di autonomia e uscivano nella strada, dove,
grazie ai giochi di gruppo, cominciavano a relazionare
con la collettività. Operazione preliminare di
ogni gioco era “sciattare a ttoccu” cioè
tirare a sorte, fare la conta. Ad esempio tra le bambine
disposte i cerchio, una di loro, passandosi velocemente
le dita della destra sul labbro inferiore a cominciare
dal mignolo, diceva: ( e intanto toccava una compagna
a ogni sillaba. L’ultima indicata con il “lla”
di bella, era la designata)
Bbrrr...brrr…brrr…
Nòzzulu, nòzzulu te Martina
nu cavallu e na ricina,
la ricina è ssciut’a Spagna
pe tthruare la castagna,
la castagna e lla nucella
essi tè ca si’ cchiu bbella!
Bbrrr…brrr…brrr…
Nocciolo, nocciolo di Martina
un cavallo e una regina,
la regina è andata in Spagna
per trovare la castagna,
la castagna e la nocella,
esci tu che sei più bella!
Lu Campanaru era un gioco di movimento e di equilibrio,
che col tempo ha subito varianti, ma lo schema era il
seguente. I giocatori erano due o due squadre di due-tre
ragazzi ciascuna. La posta una matassina di cotone (pochi
metri di filo per la “cumeta” cio l’aquilone)
o due tre mandorle (…)
Si costruiva per terra con un pezzetto di gesso (..)
un rettangolo lungo da 3 a 5 metri e largo 80-100 cm.
Il rettangolo si divideva in tanti quadrati (da 5 a
8), che fungevano da stazioni per il gioco.
Se manava a ttoccu “si tirava a sorte” per
stabilire chi o quale squadra dovesse cominciare il
gioco. Era necessaria una piccola pietra (stàccia)
del diametro di 4-5 cm. Chi cominciava il gioco si posizionava
di fronte alla base del rettangolo e lanciava la pietra
dentro la prima stazione. Non doveva sbagliare e la
pietra non doveva fermarsi sulle linee divisorie, altrimenti
il giocatore “ccappava” incappava e doveva
lasciare il gioco all’avversario. Lanciata la
pietra al punto giusto doveva raggiungere la pietra
e raccoglierla camminando a saltelli su una gamba sola,
quindi uscire e lanciare la pietra sulla seconda stazione.
(…) Vinceva chi per primo terminava il percorso,
andata e ritorno(…)
Si chiamano “truddhi” (trulli) costruzioni
coniche piuttosto grandi, come le case di Alberobello,
o molto piccole, come quelle effimere dei giochi dei
ragazzi, fatti di noccioli di pesche. (…) Era
un gioco divertente come tutti i giochi fatti a “mpzzare”
(a metter ritto). (…)
Pupuana è il nascondino, ma con un particolare
cerimoniale. Coloro che dovevano giocare si disponevano
in circolo. Un ragazzo recitava scandendo le sillabe:
Pupuana, pupuana
e dde Napuli a Comparana
la curona te lu rre
face una, toi e ttre
Pupuana, pupuana
e da Napoli a Comparana
la corona del re
fa uno, due e tre.
A ogni sillaba toccava con la mano uno dei compagni;
colui che veniva toccato con l’ultima sillaba,
doveva “scundire”, mettersi cioè
con la faccia contro il muro e le mani sugli occhi.
Tutti partivano per nascondersi. Qualcuno, prima di
allontanarsi, faceva gli scongiuri: faceva tre croci,
tracciate con la mano destra dietro la spalla di chi
“scundia”. Durante gli scongiuri gli diceva
minacciosamente:
E lli cruci te Santa Lucia
ci viti, cu ccechi pe’ ttutta la via.
E le croci di Santa Lucia
se vedi, che tu sia cieco per tutta la via.
LI QUATTRU PUNTUNI - PADDHI (…)
LU RUCULU – A STUMPARE – COPPULINU –
STOMPA STUMPONE (…)
LI CASSITIEDDHI (…)
COPPU E RRITA PE LLI CARDILLI
Non poco divertimento si ricavava, e spesso in modo
crudele, dagli animali. (…)
Agguantata una TARANTA, un ragno dalle zampe lunghe
e sottili, le si tirava con delicatezza una zampa, in
modo che espellesse una goccia di liquido e intanto
diceva:
taranta, taranta,
mèname nu picca te acqua santa;
si no, te tiru nu pete e nn’anca.
Tarantola, tarantola
Buttami un ò di acqua santa;
se no, ti tiro un piede e una gamba
Sono ancora molti i giochi, le conte, le abitudini e
soprattutto le professioni (alcune ormai perdute) accompagnate
da riti e tradizioni, narrate in questo meraviglioso
libro… ma riportare tutto sarebbe troppo lungo!
Di seguito alcune filastrocche riguardanti le festività
più importanti.
LU PANIRI
LU CARNIALE E LLA CAREMMA
La parola dialettale “paniri” è
connessa con il greco moderno panejuri, che significa
“festa popolare”. E in effetti nei paesi
del Salento voleva indicare la festa popolare in senso
lato; ma si chiamava paniri anche il piccolo regalo
che si faceva ai ragazzi, come una monetina di nichel
o di bronzo, e ai più grandicelli col piccolo
pezzo d’argento da 5 lire (…)
A Lecce era tradizione portare dalla festa di Santa
Irene un campanello di creta. Sul sagrato e nei dintorni
dei Teatini si vende di tutto in terracotta, ma tradizione
vuole che si compri un campanellino (…)
Campanieddhu sona sona
ca sta rrite la vagnona!
Ndinghi dinghi ntru llu core
Campanieddhu te l’amore.
(Menotti Corallo)
Campanello suona suona
ora che ride la mia ragazza!
Din don, din don nel mio cuore
Campanello dell’amore.
La civiltà delle macchine e il consumismo hanno
bruciato il carnevale di un tempo, caratterizzato da
una fioritura di balli in pubblico, di giochi mascherati,
di scherzi più o meno gradevoli. Grandi e piccini
attendevano gli ultimi giorni di carnevale per dare
sfogo al brio e alla golosità, perché
carnevale è anche la festa della pancia, la sagra
delle gloriose mangiate di salsiccia e delle sbornie.
(…)
L’ultimo giorno di carnevale l’euforia raggiungeva
il massimo. Le mascherate individuali e collettive,
anche con significati burleschi o satirici, spesso culminava
in una specie di processione, in cui si festeggiava
il carnevale ubriaco e gonfio per il gran mangiare (
così era rappresentato nella figura di un grande
pupazzo).
Il carnevale era in fin di vita e, dopo morto, gli veniva
praticata una specie di autopsia (sbaru), con un coltellaccio,
una sega (sarracchiu), martello e scalpello e grosse
tenaglie da falegname; usciva allora dalla pancia ogni
ben di Dio.
Forse le grandi mangiate carnevalesche erano causate
dalla preoccupazione dell’imminente astinenza
della Quaresima:
Carniale mia chinu te mbroje,
osci maccarruni e ccrai foje.
Carnevale mio pieno di imbrogli,
oggi maccheroni e domani verdura.
Il giorno seguente l’ultimo di carnevale è
il giorno delle Ceneri: dalla pazza allegria si passa
alla triste penitenza della Quaresima.
È scurutu lu Carniale
cu ppurpette e mmaccarruni,
mo’ ne tocca l’acqua e ssale
e qquatthru cinque pampasciuni.
È finito Carnevale
con polpette e maccheroni,
or ci tocca l’acqua e sale
con quattro cinque lampascioni.
Il mercoledì delle Ceneri, alla messa mattutina,
le “pizzoche” (le bigotte) si presentano
per l’imposizione della cannareddha, la cenere
ottenuta con la bruciatura delle palme “a llu
focu nou” nel fuoco nuovo il sabato Santo dell’anno
precedente: il prete la lascia cadere, quale segno di
penitenza, sulla testa di coloro che, almeno teoricamente,
abbiano peccato solo di gola
“La Caremma” (Quaresima) si impersonava
in una pupattola di grandezza variabile, fino a grandezza
umana: bruttissima, magrissima, vestita di nero, era
intenta a filare col fuso legato alla “cunucchia”
(conocchia), col fazzoletto nero calato sugli occhi.
La Caremma era esposta in pubblico, sulle strade. (…)
OE DE PASCA
(…) Tutti partecipavano con composta serietà
ai riti, ormai al massimo della mestizia per la rievocazione
della tragedia divina: ma in tutti c’era affiorante
la certezza che tutto sarebbe sfociato nella gioia della
primavera che già si avvertiva nell’aria.
Venivano poi i giorni più tristi di tutta la
Settimana Santa: il giovedì e il venerdì.
(…) I sepolcri erano vegliati ininterrottamente
fino al mattino del venerdì
Sabbatu santu
currendu currendu
tutte le femmane
vane chiangendu
cu ddoja te core
sabbatu santu
cuddhura cu ll’oe.
Sabato Santo
correndo correndo
tutte le donne
vanno piangendo
con doglia di cuore
Sabato Santo
ciambella con l’uovo
E siamo arrivati alla vigilia di Pasqua. Le funzioni
religiose oggi cominciano di buon mattino, perché
sono forse le più lunghe di tutta la liturgia
della chiesa. (…)
STA RRIA NATALE
Natale, grandiosa commemorazione della cristianità,
riempiva un lungo periodo di tempo. Le prime avvisaglie
della festa si avevano con l’inizio dei riti per
l’Immacolata (…)
Il 13 dicembre è la festa di Santa Lucia, che
a Lecce si festeggia con una fiera. “Te Santa
Lucia a Nnatale, tritici giurni nd’ae” da
Santa Lucia a Natale ci sono tredici giorni, diceva
un vecchio proverbio per indicare che l‘intervallo
era breve
Escilia de Natale
Nu rreuetu. Nc’ è a n’angulu
na sporta
china de pupi. A nterra li penniedhi.
Na stella janca cu la cuta torta
stae subbra li pigni e l’angelieddhi.
Cerogini? Ci nde’ na cascia china
Le frasche stanu a nterra menesciate
de coste allu paisaggiu. La cucina
ferve de mele pe le ncarteddhate.
Ete la Escilia. Lu bene de Diu
stae a ntaula. Attenti li uagnuni
sentenu: crai è Natale, figgi miu.
La brasciera spetterra de crauni.
Fore fischia nu jentu ca è gelatu,
ma l’allegria è pe tutti quiddha notte.
Sulu nu piccinneddhu, nfrezzulatu
mienzu a la strada, ite sparare botte.
RAFFAELE PAGLIARULO – RAOUL PIGLA
1886-1950)
VIGILIA DI NATALE
Un subbuglio. C’è ad un
angolo una sporta
piena di pupi. A terra i pennelli.
Una stella bianca con la coda ricurva
sta sopra le pigne e gli angioletti.
Cherubini? Ce n’è una cassa piena.
Le frasche stanno a terra scodellate
accanto al paesaggio. La cucina
bolle il miele per le ncarteddhate.
È la Vigilia. Il ben di Dio
sta a tavola, attenti, i ragazzini
sentono: domani è Natale, figlio mio.
Il braciere trabocca di carboni.
Fuori fischia un vento gelido,
ma l’allegria è per tutti questa notte.
Soltanto un piccolino, infreddolito
in mezzo alla strada, vede sparare i botti
TARANTATE
(…)Altri suoni tipici si udivano spesso, e questi,
per quasi l’intera giornata, erano suoni di un
solo strumento: “lu piulinu” il violino.
Talvolta il suono era più pregevole perché
accompagnato da chitarra e fisarmonica, tal’altra
dall’umile “tamburrieddhu” il tamburello.
Era quasi indispensabile che suonasse un violino, magari
insieme con il tamburello, ed era imperativo che la
suonata fosse la “pizzica-pizzica”.
Avveniva nei giorni vicina alla ricorrenza di San Paolo
che è il santo patrono “de le tarante e
dde li scurzuni” delle tarantole e delle serpi.
Colei o colui che era stato morsicato da una tarantola,
o che aveva visto una serpe l’anno precedente
“se scazzava” (andava in eccitazione psicologica)
e ciò avveniva quasi sempre il giorno di San
Paolo.
Costei era la tarantata che andava quasi in “trance”
e… ballava. Il ballo, al suono dei vari strumenti,
era costituito da crisi quasi convulsive, con salti
e storcimenti di tutte le parti del corpo. (…)
(…) Il quieto incantato silenzio della sera viene
frequentemente rotto dalle voci di un coro bel accordato
di giovani. Erano proprio da sentire quando, raccolti
in cerchio al crocevia, col braccio dell’uno poggiato
sulla stalla dell’altro, lanciavano al vento (manavane
alla tisa), perché li portasse alle belle “caruse”
(ragazze) di cui erano innamorati, versi di stornelli
nostrani:
Occhi rizzella, occhi scioculana
faci te pummitoru te sciardinu
ulìa cu tte lu ticu e nnu mbulia,
ulìa cu tte lu ntòsaccu lu core
ulìa cu tte lu tau nu vasu ‘n canna,
topu vasata cu tte vasu ‘ntorna:
lu primu vasu e la ucca tua
lu paratisu te la vita mia-
E cquandu sciamu a mmessa a lla Matonna
Parimu tutti toi fili ‘nna mamma.
Ci mammata nu mbole e nnui ulimu
ne nde fucimu e ne nde sciamu a Rroma,
lu Papa ne cunfessa e ne perduna.
Occhi ridenti, occhi ammiccanti,
faccia di pomodoro di giardino
Vorrei dirtelo e non vorrei,
vorrei avvelenartelo il cuore,
vorrei dartelo un bacio in gola,
dopo baciata baciarti ancora:
il primo bacio della bocca tua
il paradiso della vita mia.
Quando andiamo a messa nella chiesa
della Madonna
sembriamo tutti e due figli a una mamma.
Se tua madre non vuole e noi vogliamo,
fuggiamo insieme e ce ne andiamo a Roma:
il Papa ci confessa e ci perdona.
Sono versi di quella fresca e pura poesia contadina,
di cui oggi non si sa più la bellezza. L’eco
dei canti serali rimbalzava di casa in casa, di strada
in strada, e si perdeva lontano fra gli alberi di olivo.
Ora tutto tace, nessuno canta più. |