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PURCEDDHUZZI

 

Ingredienti: Kg1 di farina, un panetto di lievito di birra, tre arance, una tazza di olio extravergine d’oliva, una tazza di vino bianco o liquore secco, una buccia di limone, Kg 1 di miele, gr 100 di zucchero, un cucchiaino di sale, qualche chiodo di garofano.


Preparazione: riscaldare in un tegamino una tazza di olio con la buccia di 1 limone e qualche chiodo di garofano. Sciogliere il lievito con un po’ di acqua tiepida e il sale. Mettere la farina a fontana, aggiungere piano il vino bianco (o liquore secco), il succo di 3 arance, l’olio riscaldato e il lievito sciolto. Impastare fino a rendere la pasta liscia e non appiccicosa. Dividete la pasta in pezzi più piccoli e stendete la palla fino a formare un maccherone grosso come un dito, poi tagliatelo in tanti pezzettini lunghi 2 cm.
Passare i pezzettini di pasta su una grattugia rovesciata e strisciateli sopra. In un tegame scaldate dell’olio e friggete i purceddhuzzi, pochi per volta, e dopo pochi minuti raccoglierli con la schiumarola.
Decorare a piacere con pinoli, mandorle, confetti colorati, cioccolata e cannella in polvere.

I purceddhuzzi e ncarteddhate, ovviamente preparati in casa, costituivano l’unico dono scambiato a Natale, quando non vi era la moda di regalare doni acquistati, e rappresentava il “dolce” per eccellenza.
Se la dizione di questi protagonisti delle feste accomuna tutti i centri della provincia di Lecce, salvo impercettibili varianti, numerose sono le proposte che pretendono di definire l’esatta etimologia e di svincolare i purceddhuzzi salentini dalli struffoli napoletani nel cui impasto vi sono le uova. Neppure sui presunti antenati vi è concordia; per alcuni il collegamento è con alcuni dolci mielati che i Romani offrivano agli dei.
Comunque il termine purceddhuzzi o purciddhuzzi si fa derivare da porcus, perché simili al muso di porco. Ciò si lega all’usanza ormai dimenticata, di mangiare i residui di questi dolci il giorno di S. Antonio Abate 17 gennaio) protettore degli animali, e soprattutto dei maiali.
Secondo lo storico A. Politi “il dolce ha due forme classiche che sono ad anello e a pezzettini passati tra l’indice della mano e il pettine del talaro (telaio). Questi, infatti, sol gli unici che si prestano ad essere “scautati” e infornati perché solo nelle famiglie facoltose potevano essere anche fritti.
Pure purceddhuzzi deve il nome alla tecnica di preparazione che è l’imitazione di quella difensiva del piccolo crostaceo, di forma ovale ed allungato (simile al pezzettino di pasta), color grigio e comunissimo nelle case e negli orti. Spesso trastullo e gioco dei bambini l’asello od onisco è detto volgarmente “porcellino” i terra o di S. Antonio. Questo piccolo crostaceo-esapode, se toccato, si avvolge presentando sul dorso scanalature simili a quelle che il pettine produce sui pezzettini di pasta ravvolti.
Secondo A. E. Foscarini, ricercatore di fonti bibliografiche sulla tradizione gastronomica salentina, questi dolci deriverebbero dalle focacce di grano cotte nell’olio ed intrise nel miele che i salentini offrivano alla Dea Minerva durante le Quinquatria maggiori: feste che si celebravano per cinque giorni, con inizio il primo giorno di marzo, intorno ai templi dedicati alla Dea. Il più famoso di questi templi sorgeva sul Promontorio di Santa Maria di Leuca o Finisterrae.
Per spiegare l’uso dei pinoli per la decorazione dei piatti in cui venivano sistemati i purceddhuzzi, bisogna rifarsi ad una credenza cristiana secondo la quale l’albero di pino, insieme con il cipresso ed il cedro,partecipa al simbolismo di Cristo ed ritenuto l’albero della Vita. Il pino fornisce l’incenso, usato durante le funzioni religiose; richiama Gesù Bambino, perché quando si taglia verticalmente il frutto, il suo interno assomiglia ad una mano che ricorderebbe quella del Bambino in atto benedicente. Il proposito si ricorda che la pigna, contenente i frutti commestibili, evoca i simboli della Fecondità, della Fertilità e della Resurrezione se ha le scaglie aperte; quelli della Castità se le ha chiuse.